mercoledì 5 giugno 2013


Søren Kierkegaard     

 

Søren Kierkegaard, filosofo danese, rifiuta la costruzione sistematica della filosofia di Hegel preferendo una concezione della filosofia come riflessione del singolo a partire dall'esperienza religiosa del soggetto in lotta con la propria coscienza. La fenomenologia kierkegaardiana si basa sulle nozioni di scelta e di possibilità che emergono in un complesso gioco di specchi negli scritti pseudonimi.
Søren Kierkegaard nasce il 5 maggio 1813 a Copenaghen. La famiglia è originaria della penisola dello Jutland. Il padre, dall'infanzia povera riscattata da una ricchezza abilmente ottenuta in età matura, segue il pietismo della confraternita di Hernhuter ed educa il figlio a una religiosità severa. «Figlio della vecchiaia», Kierkegaard vede morire tra il 1819 e il 1839 due fratelli, tre sorelle, la madre e quattro anni dopo il padre. Søren Kierkegaard attribuirà la dolorosa perdita dei suoi familiari a una maledizione divina provocata da un grave peccato mortale commesso dal padre e da lui stesso confessato al figlio.
A diciassette anni si iscrive alla facoltà di Teologia dell'Università di Copenaghen. Quattro anni più tardi ottiene consensi per la pubblicazione dei suoi primi articoli e inizia a scrivere il Papirer, diario cui si dedicherà per tutta la vita e nel quale svilupperà la concezione di pensatore soggettivo esistente.
Un'idea secondo la quale il filosofo non può «tirarsi fuori» dall'esistenza e dal tempo per contemplarli oggettivamente, ma deve essere responsabile del suo rapporto esistenziale con la verità. Il sistema colloca tutte le cose in un continuo astratto, ma l'esistenza è discontinua, è salto. Quanto più il sistema è diplomatico, nel suo riconciliare i concetti, dominandoli, tanto più l'esistenza è scelta, alternativa, aut-aut inesorabile, e proprio per questo, angoscia.
La vera dialettica non è la dialettica oggettiva di Hegel, la razionalità del concetto all'opera nella storia, ma la dialettica appassionata, qualitativa, della soggettività. Dio non è l'Idea assoluta ma una persona, Cristo, con cui l'individuo dialoga e vive. La fede è una relazione privata dell'individuo con Cristo: è il luogo della verità e, proprio per questo, rischio assoluto.
Nella primavera del 1837, Kierkegaard conosce la figlia del consigliere di stato, Regina Olsen, che allora ha solo quattordici anni. Si fidanzeranno brevemente solo nel 1840, ma Kierkegaard romperà presto il fidanzamento a causa della sua convinzione di non poter compiere una vita normale, tematica che nel suo pensiero svilupperà come irriducibile individualità del singolo. Regina Olsen si sposerà più avanti con Friedrich Schlegel. Kierkegaard parlerà della sua relazione con Regina solo molti anni dopo nel suo Diario.
La morte del padre, nel 1838, lo segna profondamente. Kierkegaard riprende i suoi studi di teologia e si laurea con lode due anni dopo. Nel 1841 si iscrive al seminario pastorale e tiene il suo primo sermone, contemporaneamente lavora alla tesi Sul concetto di ironia con particolare riguardo a Socrate che gli farà ottenere il grado di magister (dottore di ricerca) in Teologia.
Nell'autunno dello stesso anno va a Berlino dove frequenta le lezioni di Schelling e inizia la stesura di Aut-aut (Enten-Eller). Tornato a Copenaghen, inizia a collaborare con il giornale «Faedrelandet» con lo pseudonimo di Johannes Climacus, da questo momento in poi Kierkegaard pubblicherà molti dei suoi scritti sotto falso nome per esplorare varie possibilità esistenziali.
Aut-aut, trattato sulla scelta in quanto categoria etica, e Timore e tremore usciranno nel 1843 firmati rispettivamente con gli pseudonimi Victor Eremita e Johannes de Silentio. L'anno dopo è la volta delle Briciole di filosofia ovvero una filosofia in briciole che firmerà con il suo primo pseudonimo, mentre Il concetto di angoscia conterrà una doppia contraffazione con la sigla di Vigilius Haufniensis per il testo e di Nicolaus Notabene per la prefazione.
L'angoscia, secondo Kierkegaard, scaturisce dall'esistenza in quanto regno delle possibilità, spazio della libertà e dell'illimitato contro cui si accaniscono i limiti dell'essere umano. L'angoscia è quindi condizione esistenziale insopprimibile e inaccettabile.
Nel 1845 escono con il suo vero nome Diciotto dissertazioni che edificano. Kierkegaard riceve numerosi attacchi dalle pagine del giornale satirico «Il corsaro», risponde con un'intervista a se stesso sotto il nome di Frater Taciturnus. In questi anni coltiva anche l'idea di diventare pastore, progetto che non realizzerà.
Nel 1849 pubblica "La malattia mortale" con il nome di Anti-Climacus, pseudonimo che utilizzerà anche per "L'esercizio del Cristianesimo", che sarà edito da S.K. l'anno dopo. Kierkegaard continua la sua attività di scrittore nonostante la salute cagionevole e l'aggravarsi della condizione economica.
Nel 1854 il suo rapporto con la chiesa luterana danese si rompe violentemente. Kierkegaard attacca il nuovo vescovo Martensen dalle pagine del «Faedrelandet», accusandolo di aver elogiato con estrema facilità il suo predecessore, Mynster, come «testimone della verità». La discussione continuerà fino alla morte di 

Kierkegaard, l'11 novembre 1855.





“Il riso. Saggio sul significato del comico” (Henri Bergson)

“Riassumendo, noi abbiamo veduto che poco importa che un carattere sia buono o cattivo: basta che esso sia insociabile per diventare comico. E non importa che si svolgano intorno a lui casi gravi o leggeri: potrà sempre farci ridere se lo disponiamo in modo che non possa commuoverci. Insociabilità del personaggio, insensibilitàdello spettatore, ecco le due condizioni essenziali. Ve né, inclusa nelle altre, una terza, che tutte le nostre analisi fino a questo punto hanno mirato a isolare: l’automatismo. Noi l’abbiamo mostrato fin dal principio di questo lavoro, e non abbiamo mai cessato di attirar l’attenzione su questo punto: non v’è nulla d’essenzialmente risibile che non sia compiuto automaticamente. In un difetto, in una qualità il comico comincia là dove il personaggio si dà in balia della sua incoscienza, compie gesti involontari, o pronuncia delle parole incoscienti. Ogni distrazione è comica, e più profonda è la distrazione più viva è la commedia. Una distrazione sistematica come quella di Don Chisciotte è ciò che si può immaginare di più comico al mondo: è il comico stesso attinto quanto più possibile vicino alla sorgente. Considerate un qualunque personaggio comico: per quanto consapevole esso possa essere di quello che dice e di quello che fa, se è comico, lo è perché vi è un aspetto della sua persona che esso ignora, un lato che gli è sconosciuto: soltanto per questo ci fa ridere.”
(Henri Bergson, “Il riso. Saggio sul significato del comico”, Ed. Laterza)
Il filosofo francese specifica subito, all’inizio del saggio, di non essere in cerca di una definizione generale del riso o della comicità, bensì di voler analizzare diversi aspetti della questione, alla ricerca di ciò che può accomunare le diverse fattispecie di riso e soprattutto le motivazioni di fondo per cui qualcosa che di per sé non dovrebbe farci ridere, come ad esempio una caduta di un nostro simile, ci induce, invece, alla risata.
Perché si ride quando qualcuno cade in maniera goffa? Perché un imitatore ci fa ridere e un altro ci lascia indifferenti? Qual è, se c’è, la funzione sociale del riso? A queste e ad altre domande prova a rispondere Henri Bergson nel suo libro “Il riso. Saggio sul significato del comico”, che risale al 1900 ma che non ha perso lo smalto originario
Bergson inizia scrivendo che per noi essere umani non c’è nulla di comico al di fuori del propriamente umano. Anche ciò che di comico scorgiamo in un animale è tale solo perché lo rapportiamo ai nostri parametri. Questa, che di per sé potrebbe apparire una banalità, serve al filosofo per addentrarsi nel discorso sul riso e in particolare sulla funzione sociale dello stesso. Bergson sostiene che quando ridiamo c’è una sospensione temporanea della nostra sensibilità, cioè non siamo in grado, in quel momento, di provare compassione per l’oggetto del nostro riso. Sotto questo profilo, sottolinea, con esempi puntuali presi dalla storia del teatro (ad esempio Molière) la differenza tra dramma e commedia. Bergson ritiene, inoltre, che il riso abbia bisogno di un’eco, cioè di essere condiviso con qualcuno, e che la risata è sempre di un gruppo nei confronti di qualcuno che si ritiene estraneo a quel gruppo, più o meno esteso, qualcuno del quale si vogliono colpire determinati comportamenti o pensieri.
Ma cos’è che fa ridere, più nello specifico? I meccanismi che fanno scattare la risata sono diversi, a parere di Bergson, e non sto qui a elencarli, ma di fondo sono riconducibili a quella che lui chiama rigidità. Ogni qual volta scorgiamo in qualcuno un atteggiamento, un gesto, una parola che relega colui che agisce o parla a marionetta di sé stesso, scatta il riso, come castigo sociale per rilevare la meccanicità dell’azione o del pensiero. Il personaggio oggetto della risata non è consapevole di esserlo, può avere un’idea fissa o anche semplicemente ripetere determinati gesti in modo meccanico e ossessivo, apparendo così, all’occhio dell’altro, comico e degno di una sonora risata. In estrema sintesi, dunque: insensibilità temporanea di colui che ride, incoscienza del personaggio comico, meccanicità dei comportamenti di quest’ultimo, funzione sociale (castigo) della risata.
In chiusura di questa breve e incompleta presentazione, sottolineo come il libro di Bergson si legga con molto piacere. L’autore accompagna le sue teorie con esempi concreti presi, oltre che dalle commedie, come detto, anche da episodi della vita quotidiana e la lettura non è mai pesante. Del resto, trattando di riso, sarebbe stato alquanto strano il contrario.

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